Sì, diceva il test.
Un trattino azzurro, elementare, come una virgola tra due parole. C'era un prima, adesso, e un dopo. Lei stava nel mezzo, barricata in bagno da più di un'ora.
Il paese contava 450 anime a malapena. Se se ne fosse aggiunta una, se ne sarebbero accorti tutti. Rosa si lasciò cadere sul bordo della vasca, ci scivolò dentro. Continuava a stringere il responso tra le mani, il risultato della sua disubbidienza.
Il rumore della legna spaccata dai suoi fratelli cadeva a intervalli regolari fuori dalla finestra. Sentiva le loro voci tra un ceppo e l'altro, che imprecavano contro qualcosa o qualcuno con la rabbia incisa nelle corde vocali.
Non si decideva a uscire. L'accetta calava come una ghigliottina nell'aria fredda dell'inverno; e qui, nella vasca da bagno, Rosa teneva le mani giunte come se pregasse. Il suono delle cose reali era questo tonfo cieco, e sordo come le botte di suo padre. Sarebbe finita all'ospedale, se gliel'avesse detto.
Ma lei non voleva farla, quella fine.
E poi c'era Marcello, là fuori: nel mondo libero e sconfinato. Bello come Brad Pitt, inzuppato dalla luce bianca di un lampione, al centro del clamore e della musica alla sagra di Camandona. Appoggiato come un cowboy alla ringhiera, con la birra in mano e gli occhi grigio fumo. Era il principio dell'estate quando lo aveva conosciuto. Prima di allora, non aveva mai visto un uomo nudo.
Cercò di immaginare la cena che l'aspettava, il volto di suo padre scavato dalla luce fioca del lampadario che colava a piombo sulla tavola. Si vide, come in sogno, sillabare quella frase - io sono questa cosa, papà, anzi: sono due cose adesso - davanti al suo muso rincagnato da scimmia, che quando era stata bocciata la prima volta l'aveva chiusa in cantina una notte intera. E i suo fratelli che balzavano in piedi, le sedie scaraventate contro il muro, quella loro voce mangiata dalla nicotina: chi è? Dicci chi è stato? Figlio di puttana, io lo ammazzo.
Rosa continuava a fissare quel trattino minuscolo che significava una cosa sola, una parola soltanto che adesso non riusciva a pronunciare. Le parole non sono, le avevano insegnato a scuola quando ancora ci andava. Le parole significano, cioè rimandano a qualcos'altro. Ma questa specie di virgola qui, questo stick con margine di errore allo 0,1 per centro, a cos'è che rimandava?
Non devi pensare, si disse. Devi tagliare la corda.
Anche se Marcello ne avrebbe trovate altre mille come lei. Pallide e scipite, di quelle che aspettano ai bordi della pista alle sagre di paese. La cosa più probabile che le avrebbe detto era: prego, quella è la porta. Però adesso lei era due, non era più una cosa soltanto. Non c'era niente di più semplice e di più complesso di una gravidanza.
La cucina sembrava vuota, vuota come ogni giorno.
La luce bluastra del televisore ristagnava come l'acqua dentro un catino. Sonia, la compagna di suo padre, affondava il gigantesco e tumefatto sedere nella poltrona. Compilava un cruciverba, ogni tanto gettava un occhio alla televendita che passava frusciando su un'emittente locale.
Rosa sgattaiolò nel corridoio, fece giusto in tempo a prendere il giubbotto e le chiavi della macchina. Aveva fretta, adesso. Non sapeva dove andare, non sapeva niente. Ma il test era positivo, ed era come correre a trecento all'ora in autostrada.
- Dove stai andando?
Si bloccò sulla porta, impietrita dall'indifferenza di quella voce. Stava uscendo così com'era, con i capelli non lavati, la felpa della tuta sopra un paio di jeans sbiaditi.
- Vado a fare un giro - disse. Le tremavano le gambe.
Teneva una mano sulla maniglia della porta, e l'altra in tasca che stringeva le chiavi della macchina. Lo stick era nascosto in fondo alla borsa, sepolto da tutte le cose indispensabili e superflue: la carta d'identità, la patente; le venne in mente che forse l'aveva fatto apposta a cacciarsi in questa situazione.
- E io cosa gli devo dire, a lui? Che sei in giro con qualche stronzo?
Il pensiero di suo padre le riattraversò la mente come una gelata notturna.
Non avrebbe capito, le avrebbe solo spaccato il naso. Aveva poche ore per fuggire. Aveva un motivo per farlo, adesso. E forse poteva spingersi fino a casa di Marcello, suonare alla sua porta. Non avrebbe voluto vederla, forse. Magari era solo l'ennesima ragazzina che si era portato su, al belvedere, con la scusa di guardare le stelle.
Sonia le era arrivata addosso. Con il suo enorme culo, e le sue enormi tette. Doveva aver subodorato qualcosa. Doveva aver captato, la iena, che era in corso un principio di ribellione.
- Mi sa che non torno per cena.
L'altra fece una smorfia disgustosa e annoiata, la bocca piena di denti marci: - Vacci piano, signorina, che io non voglio scenate in questa casa.
Una scenata sarebbe stata il minimo sindacale, pensò Rosa.
Che poi, quella, non era manco una casa. Una cascina mezza diroccata, una prigione: ecco cosa. Tutte le botte che si era presa, e le notti in cantina.
Forse sarebbe rimasta sola, sola con il pancione. Eppure la Panda era laggiù, parcheggiata in fondo al piazzale.
Non si voltò verso Sonia, non le rispose niente. Fece un respiro profondo, come prima di tuffarsi in piscina dal trampolino più alto. Poi si mise a correre a più non posso verso la macchina.
Era senza lavoro, un'altra volta. Non te lo rinnoviamo il contratto, ci dispiace.
Allora lui se ne stava sdraiato sul letto tutto il giorno a uccidere zombie, ma neppure i colpi del mitra in dolby surround riuscivano più a dargli soddisfazione.
La partita di calcetto il giovedì, i sabati sera su e giù per la provinciale deserta. Sua madre che gli cercava i preservativi nel cassetto per il gusto di mettersi a piangere ogni tanto. E il tempo che ti lavora ai fianchi, implacabile.
Piovigginava. Dal rettangolo della finestra poteva vedere una quindicina di mucche pascolare davanti a un relitto industriale del secolo scorso.
E dire che c'era, una ragazza. Una che lo faceva sentire vivo.
Quando se ne stavano abbracciati e soli in una camera d'albergo, soli e in silenzio, circondati dai rumori degli altri, diventava tutto così semplice. Gli piaceva tenersela lì, rannicchiata sul fianco. Come sapeva ascoltarlo, come sapeva essere paziente quando lui le raccontava le sue ambizioni mancate, un futuro da calciatore bruscamente interrotto. Tutto a ramengo per un cavolo di menisco. Fuori c'era la nebbia, le risaie galleggiavano nella pianura vuota. Ma loro due erano insieme, al riparo nella camera a ore, con il tempo che passava e il calore dei corpi vicini.
- Cosa vuoi mangiare stasera?
Sua madre irruppe nella stanza. Aveva infilato la testa dentro la porta, per controllarlo, come sempre. E dire che lui, nella vita, ne aveva avuti parecchi di sogni. La serie A, la partita Iva. Si era anche impegnato a realizzarli, si era allenato tutti i giorni. Solo che poi - il menisco, il tempo determinato - la vita è molto più complessa di come appare.
- Ti faccio i passatelli, eh? Li vuoi, i passatelli?
E come invecchiano male, le donne. Come sono pesanti. Marcello era in maglietta e mutande dalla mattina, girava per la stanza come uno agli arresti domiciliari.
- Fai quello che vuoi - le rispose.
Si accese l'ennesima sigaretta della giornata. Chi c'era rimasto, in paese? I vecchi. Solo i coscritti, come li chiamava sua madre, quelli che erano andati a scuola con lei, e avevano faticato per comprarsi la casa, e sperato in un figlio ragioniere. La solita storia, ripetuta mille volte al bar tra una briscola e un tressette, dentro l'unico alimentari nel raggio di dieci chilometri, durante la fila alla posta. C'era tanto di quel passato, in quel paesino di quattro gatti in croce, che lui non sapeva proprio come faceva a starci.
Da domani, diceva sempre. E poi al massimo scendeva giù dal tabaccaio.
Suo padre l'avrebbe ammazzata. Ciascuna delle 450 anime del paese l'avrebbe segnata a dito e pugnalata alle spalle. Rosa guidava e cercava di non pensare. Un posto dove i vecchi aspettano con calma di morire; dove la decina di ragazzi che è rimasta, ha il codino bisunto dietro la nuca e si diverte a tirare sotto i gatti sulla provinciale.
Questi erano i suoi fratelli. Questo era quanto. Lei lo aveva ingoiato fino a oggi, si era presa gli schiaffi e gli insulti per un filo di trucco, per un quattro meno meno in italiano. Dopo Massazza cominciavano le concessionarie di automobili, i "car-wash self service", un "bowling", un fast-food tirato su in mezzo al niente, che sembrava di essere in America. Ma l'America era in televisione, e qui c'era soltanto lei.
Rosa risaliva la Sp 230 con le mani inchiodate al volante, e un istinto bestiale che le agitava il sangue. Una solitudine immane circondava la sua Panda, i lampioni la illuminavano tristemente tra una piazzola e l'altra, tra un parcheggio e un outlet.
Sarebbe stata capace, adesso, di guidare fino a Milano, fino a Roma, di dormire in macchina sul sedile posteriore, di saccheggiare un Autogrill con un taglierino.
Lei, proprio quella Rosa là, quella con il coprifuoco alle 23:00, bocciata due volte, con le manate di suo padre stampate sulla schiena, per un semplice trattino a forma di i ma senza il punto, avrebbe detto addio al suo paese a forma di cimitero.
Se l'avessero chiamata puttana, tanto meglio. Che lui le avrebbe risposto picche, l'aveva già messo in conto. E adesso era incinta. Ecco.
Parcheggiò davanti a una palazzina a due piani. Il numero era quello che lui le aveva scritto su un bigliettino. Scalpitava, elettrizzata dalla paura.
Venne ad aprirle una donna. Era secca come un chiodo, quasi uno scheletro dentro un immenso grembiule frusto che sapeva di brodo tenuto sul fuoco per ore.
- Mio figlio è di sopra - le disse, squadrandola con occhi ostili. - Tenete la porta aperta - aggiunse subito dopo, - non voglio porcate in casa mia.
Rosa saliva la scala buia e senza finestre, calpestava il pavimento di linoleum come se attraversasse un fiume gelido e melmoso. Non era mai entrata in quella casa. Del resto, lo conosceva solo da cinque mesi. Dentro di lei combattevano due titani, il fantasma grasso di suo padre e un principio affilato di rivoluzione. Rosa, la somara della scuola. Due mostri alcolizzati al posto di due fratelli normali. Il padre squilibrato, e quella Sonia, con i suoi cruciverba, quella sua faccia da sberle.
La porta era socchiusa. La luce era accesa. E all'interno non si sentiva volare una mosca. Le avrebbe detto: tu, cosa sei venuta a fare qui? L'avrebbe guardata male, con indifferenza. Rosa tremava, adesso. Ma ormai era fatta. Non aveva più scelta.
Scostò la porta, trattenne il respiro.
Poi Marcello alzò gli occhi e la vide. Così com'era, disarmata, sulla soglia della sua stanza.
- Ehi... - disse incredulo. Fece per alzarsi. Ma si accorse che era senza pantaloni, allora si allungò la maglietta fino alle ginocchia, come se si vergognasse. Come se lei non lo avesse mai visto nudo prima d'ora.
- Rosa... Che ci fai qui?
Rimestava in mezzo alle lenzuola, e poi sotto il letto, alla ricerca di qualcosa da mettersi addosso.
- Vieni.
Rosa non aveva niente da perdere. Entrò nella stanza. Non era così che se l'era immaginato, il posto dove viveva Marcello. La puzza di fumo, la PlayStation accesa. In fondo, anche lui era come lei.
- Chiudi la porta - le disse.
Rosa scosse la testa: - Tua madre non vuole.
Marcello fece finta di niente, si accese una sigaretta e riprese a guardarla. Non era bella; però aveva qualcosa nello sguardo, qualcosa di acceso e vivo, specialmente stasera. Conosceva la marca delle sue mutande, la taglia del reggiseno, e poco altro, nascosto nel suo modo di muoversi e di respirare. Un paio di fughe in orario pomeridiano, i sedili abbassati e i finestrini che si appannano, non bastano a costruire una relazione. Ma c'era stata quella volta, su a Camandona. Quando avevano parlato a lungo, fin quasi a sera, si erano presi la mano su un tronco di castagno rovesciato, e lui si era sentito, per un istante, come se davanti avesse un futuro.
- È successo qualcosa? - le chiese, messo in allarme dal suo silenzio.
Non si era neppure tolta la giacca, non aveva detto ciao né permesso.
Forse, stava pensando Rosa, mi sono semplicemente lasciata abbindolare come il più stupido dei cani, che appena allunghi la mano lui viene e scodinzola pure.
Solo che adesso lei non era più quella ragazza. Non aveva più niente a che fare con le gonne slacciate nei parcheggi, con le tappezzerie ingiallite dei motel sulla provinciale. Quando Marcello fece per baciarla, lei lo scansò con un gesto secco della mano.
- Sono venuta a dirti - sillabò. Era una cosa talmente complessa da dire, che le mancava il respiro e si sentiva la pancia in subbuglio, tutti i muscoli delle gambe e delle braccia intirizziti. Era una cosa più grande di lei, e di lui, di Sonia, di suo padre e di tutti i 450 abitanti messi insieme. Eppure era una parola sola, che voleva dire una sola cosa.
- Che sono incinta - disse.
Marcello cambiò espressione di colpo. Lo vide impallidire e sbarrare gli occhi come se avesse ricevuto un cazzotto. Ma lei non aveva nessuna intenzione di mollare, di sprecare quell'unica occasione.
Scattò in piedi, alzò la voce: - È inutile che provi a girarci intorno, perché il bambino è tuo. È tuo di sicuro. E io adesso non posso più tornare a casa. Quindi due sono le cose. O vieni via con me, o ti saluto.
Una randellata. Marcello lasciò cadere per terra la sigaretta, rimase con la bocca aperta e il respiro infilzato. Come in un flash vide il pancione, poi il bambino. La carrozzina, il triciclo, il battesimo, e la prima comunione.
Era una cosa immane, al di là del bene e del male. Stava capitando a lui. Il nullafacente, il disoccupato, con venticinque anni da buttare alle ortiche.
- Cosa sta succedendo qua sopra?
La madre di Marcello si era affacciata sulla porta e li stava perquisendo con lo sguardo da vecchia faina, consumata dalle rinunce e dai detersivi.
- Stiamo parlando, signora. Non lo vede?
La voce di Rosa, adesso, era quella dell'animale giovane che soverchia l'animale vecchio. Marcello scattò in piedi anche lui, gridò: - Mamma, togliti dalle palle!
Andò a chiudere la porta, girò la chiave. Si voltò e c'era Rosa che splendeva, in lacrime, al centro della stanza. Il viso abbagliato da una forza millenaria.
- Ma tu sei sicura di quello che dici?
Lei infilò una mano nella borsa, la rovistò con furia. Tirò fuori un oggetto strano, gli disse: - Tieni, se non ci credi.
Allora lui vide quel trattino, che era indecifrabile e semplicissimo allo stesso tempo. Ci mise un attimo a realizzare. Una frazione di secondo in cui gli si affollarono in testa tutti i pro e i contro. La quantità esponenziale dei contro, e la minima, sconosciuta, percentuale dei pro. Come lo avrebbero mantenuto? Con quali soldi? Si conoscevano appena, non avevano neppure una casa. E questo paese che li circondava, questo carcere...
Marcello alzò gli occhi dal test, che voleva dire tutto e niente. Il volto di Rosa, adesso, era ancora più pallido del solito, ma emanava un'attrazione misteriosa, una specie di astuzia micidiale che era il principio della vita nuda e cruda, allo stato brado.
E cosa aveva fatto, lui, in tutto questo tempo? Cosa aveva combinato fino a oggi? Adesso, c'era questa ragazza che gli era sempre piaciuta, con i capelli spettinati e le lentiggini sul naso, che gli diceva: tieni, leggi questa cosa. Leggi bene, perché c'è anche il tuo nome lì dentro.
Due sono le cose. Marcello si sentiva montare l'adrenalina nelle arterie. Puoi restare qui a marcire, puoi uccidere zombie tutta la vita perché le cose sono troppo complesse e ti mordono le gambe come una tagliola. Oppure puoi alzarti e uscire con lei da quella porta. Scendere le scale, infilare le chiavi della macchina nel cruscotto. Un bambino, pensaci. Anzi, non pensarci.
Marcello raggiunse l'armadio, cercò qualcosa da mettersi addosso. Si era fatto incastrare, non c'era niente di più facile al mondo. S'infilò un paio di jeans sopra i pantaloni del pigiama, guardò l'ora, guardò Rosa.
Lei sorrideva, come una che ha appena tagliato il traguardo.